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24 Marzo 2020

Coronavirus, Doris: «Lo Stato aiuti le imprese e nazionalizzi PopBari. La Borsa risalirà» (Corriere della Sera)

Ennio Doris, presidente di Mediolanum, è per indole e professione un ottimista. La crisi del Coronavirus però l’ha colpito, e tanto: «Neanche nei film di fantascienza siamo riusciti a immaginare una cosa così». E indica la sua soluzione per salvare le aziende: nazionalizzazione, a cominciare dalla Popolare di Bari, per farne uno strumento del governo a favore delle aziende e del mezzogiorno. Doris non perde lo slancio positivo verso il futuro. A cominciare dall’impegno personale, concreto, come la donazione da 5 milioni di euro, a titolo personale, per gli ospedali del Veneto. «Oggi gli ospedali hanno bisogno di denaro spendibile velocissimamente, per dotarsi degli strumenti per assistere i malati in terapia intensiva. Quando ci sono le donazioni, è tutto più rapido. Il mio amico e partner Silvio Berlusconi ha fatto per gli ospedali di Milano, e ha trascinato altri in questa direzione. Io, da veneto, ho parlato con il governatore Zaia, e ho fatto la donazione».

Presidente, in una settimana è cambiato tutto. Due giovedì fa la Bce varava un piano che non ha soddisfatto i mercati, le borse sono crollate, lo spread è salito. Mercoledì scorso , neanche una settimana dopo viene varato un piano da 750 miliardi di euro, vengono abbassati i requisiti di capitale per le banche, dati i prestiti in modo facile, allentata la stretta sui crediti deteriorati, mentre la Commissione europea dichiarava lo stop al Patto di Stabilità. Che cosa è successo? Il virus è arrivato in Europa?
«In realtà gli stati si sono mossi prima, quando la Germania ha annunciato 550 miliardi di prestiti alle imprese, la regola degli aiuti di stato è stata ignorata immediatamente e giustamente, perché quelle regole sono fatte per tempi normali. Poi si è mossa la Francia, con 350 miliardi, poi la Spagna con 250 miliardi. Noi eravamo ancora vincolati al tema della flessibilità. Una volta che i singoli stati si sono mossi, la Bce ha rotto gli indugi, ma solo dopo che la Fed e le altre banche centrali si erano mosse. E solo allora ha annunciato giustamente i 750 miliardi. La stessa cosa, la commissione europea: ha agito quando già gli stati si erano mossi da soli».

Come si è mosso secondo lei il governo italiano?
«L’ultimo provvedimento preso, quello che ha chiuso tutto, va nella direzione giusta. I governatori di Lombardia e Veneto lo avevano detto, perché avevano più sensibilità di ciò che era necessario fare. In economia la rapidità di intervento e determinante. Noi ci siamo mossi in ritardo per il coronavirus. Lo stesso la Francia e la Germania, si sono mossi come se il virus non fosse già apparso in Cina. D’altronde per un Paese prendere provvedimenti così stringenti, quando l’opinione pubblica è troppo lontana dal percepire il pericolo, era troppo difficile e poi noi non riusciamo a essere stringenti come i cinesi. Ma se vogliamo salvare il lavoro, dobbiamo salvare le imprese che danno lavoro, sennò ci ritroviamo tutti disoccupati. La Germania l’ha previsto. In Usa il responsabile di un hedge fund ha scritto al presidente Trump: “Chiuda tutte le fabbriche e per due mesi i salari li dia lo Stato, per evitare che le fabbriche falliscano”. Io dico facciamo presto, con azioni, non con reazioni».

L’Italia insiste sul ricorso al fondo salva Stati, ma senza condizioni, o sugli eurbond, i Coronabond. Lei è d’accordo? le sembra una via praticabile?
«Noi dobbiamo decidere di fare tutto quello che è necessario senza alcun vincolo finanziario, sennò poi è peggio. Se poi riusciamo a mettere in piedi gli eurobond, meglio; ma guai se ci limitiamo ad aspettare questi interventi. In Europa si è detto “Facciamo saltare il patto di stabilità”, equivale al “whatever it takes” di Mario Draghi nel 2012. Lo si è fatto per salvare la struttura europea, perché l’Italia è il cuore dell’Europa. In una situazione di tempi normali ci avrebbero detto: “Avete troppo debito, se succedono dei problemi avrete difficoltà”. Ma quel mondo lì non esiste più».

Di quanto potrà frenare l’economia italiana quest’anno? È in quanto tempo secondo lei potremo tornare ai livelli pre-Covid19?
«Sarà una crisi nella quale il calo del Pil sarà più forte e più breve delle ultime crisi vissute, perché noi qui chiudiamo le fabbriche, i centri produttivi, per evitare contagi. Ma questo, che è il problema, è anche il vantaggio. A differenza delle precedenti, e’una crisi economica che viene dall’esterno dell’economia e dal settore della Sanità. Stavolta le fabbriche, i centri produttivi sono stati chiusi per una decisione presa a tavolino, per motivi di sanità pubblica e non perché andassero male. È il cigno nero, e come è arrivato il cigno nero, prima o poi arriverà il cigno bianco. E a quel punto ci sarà una grande ripresa come in Cina, dove la produzione era scesa al 20%, ora che riaprono le fabbriche la produzione è già tornata all’80%. Come questa politica di chiusura avrà effetto, e avremo pochi casi nuovi, piano piano potremmo tornare alla normalità. E poi vediamo che c’è una corsa incredibile non solo per salvare le vite umane, a cercare un vaccino, una corsa in tutto il mondo. Ci rendiamo conto che scommessa che c’è anche dal punto di vista del business?».

In quanto tempo si riprenderà il Paese? E come lo troveremo, quando torneremo a uscire di casa?
«Quando arriverà il cigno bianco, tutto ripartirà alla grande. Sarà molto più profonda la crisi, ma molto più forte la ripresa. Come successo con le altre crisi, con la crisi petrolifera, poi con le Torri Gemelle, che era in realtà una crisi della bolla Internet e poi nel 2008 con il fallimento di Lehman Brothers, che in realtà aveva sotto una bolla dei mutui subprime. In quei casi ci abbiamo messo 18 mesi per ripartire valori di borsa. Sei mesi nel caso di Lehman Brothers. Quindi usciremo più facilmente, e come i nostri nonni dopo la seconda guerra mondiale, vivremo la stessa euforia, si apprezzerà di più la vita e la voglia di comprare cose. E poi c’è anche un altro aspetto positivo».

Quale?
«Che non c’è inflazione. Con il costo dell’energia sempre più basso, gli Stati possono espandere le loro spese, sapendo che non creeranno inflazione incontrollabile».

Le banche sono abbastanza solide? Come pensate, a livello di sistema di gestire la crisi? Le piccole saranno più in difficoltà?
«Le banche italiane nella stragrande maggioranza sono molto solide. Durante la crisi post Lehman noi banche italiane dicevamo di essere le più solide, ed era vero perché non eravamo coinvolti in quei titoli tossici cui erano esposte le altre banche internazionali .Ma quando la nostra crisi è continuata, perché per il troppo debito pubblico ci hanno imposto di alzare le tasse che hanno messo in crisi le imprese, c’è stato un fiume di fallimenti che a sua volta hanno messo in crisi le banche italiane. Ma le banche ne sono uscite senza aiuti europei, e hanno fatto in totale 100 miliardi di aumenti di capitale sottoscritti dai privati eliminando ogni rischio. L’unico intervento è stato sul Monte dei Paschi, che comunque ora marcia con le sue gambe. Adesso c’è la Popolare di Bari. Allora nazionalizziamola, dato che nell’intenzione del governo deve essere il punto di partenza della Banca del mezzogiorno».

Serve nazionalizzare?
«Oggi parlano di nazionalizzazione la Francia, la Spagna, la Germania e gli Stati Uniti: cioè si torna a un intervento dello Stato nell’economia che però poi ne uscirà. Gli Usa, che erano entrati nelle banche dopo il fallimento di Lehman Brothers, quando sono usciti hanno guadagnato un sacco di soldi. Noi abbiamo un caso piccolo, la Popolare di Bari, liberiamo il sistema bancario da questo problema, facciamo entrare lo Stato. È un problema di fiducia, non di patrimonio. Se la popolare di Bari si dice che è dello Stato, i clienti non scappano più. Come accadeva prima della introduzione del Bail in».

Come le banche possono aiutare le imprese?
«Siccome chiudiamo le aziende, che non hanno ricavi ma hanno i costi, come ad esempio le scadenze fiscali, il governo deve dire che se ne parla ottobre, in autunno. E poi bisogna consentire alle banche di non mettere tra gli npl le aziende che si trovano in una situazione temporanea di difficoltà. Siccome siamo in una situazione che si è modificata, di emergenza, le regole che la Bce aveva imposto — che erano corrette fino a tre settimane fa — oggi vanno cambiate».

Le banche ora sono quasi chiuse, ricevono solo per appuntamento, risolvono tutto al telefono o via internet. È il suo modello da sempre. E ora voi come vi distinguerete?
«Pur essendo una banca senza sportelli, avevamo 2700 persone che lavoravano in sede, oggi in sede ce ne sono 500, e 2200 lavorano da remoto in poco più di una paio di settimane. Era una iniziativa che avevamo ma che non si usava perché non se ne sentiva la necessità. Ma durante le crisi economiche il progresso va più veloce, anche se subito non ce ne rendiamo conto. I nostri family banker stanno sviluppando relazioni e attività con la clientela attraverso i collegamenti visivi, come Skype: mentre prima facevamo le riunioni ora usiamo questi strumenti di connessione. È uno stimolo enorme. E la tecnologia ci sta proponendo queste soluzioni in continuazione. C’è una esposizione enorme a novità tecnologiche che faranno effetto dopo che la crisi sarà finita».

La Borsa è crollata enormemente. Non teme che le società possano essere preda di altre aziende?
«Chiaramente, quando ci sono i momenti di crisi, i valori delle aziende scendono, piano piano diventano più appetibili da parte dei concorrenti o di investitori istituzionali. Tanto è vero che a un certo punto i cali si fermano. Dipende dalla velocità del calo. Nelle crisi petrolifera del 1973-74 il mercato nel suo insieme ha perso il 50% in 18 mesi, lo stesso dopo le torri gemelle, in Lehman Brothers ha perso leggermente di più in sei mesi. Ma poi i valori di borsa si si sono ripresi ed esplosi perché le azioni sono beni reali, rappresentano fabbriche, uffici, brevetti, che hanno un valore in sé che poi, quando l’economia riprende, tornano a esprimere. Quindi la molla dei mercati, oltre a una certa compressione, non va».Voi avete appena ceduto Molmed. Una società biomedicale a una società giapponese.
«Molmed era di proprietà mia per una quota, per un’altra del gruppo Fininvest. Ma noi non siamo aziende farmaceutiche e quindi era bene che Molmed finisse nelle mani di un soggetto che fosse un operatore del settore e che potesse svilupparla. Questo succede ovunque. E per questo la Germania, la Francia, gli Stati Uniti hanno detto “al limite nazionalizziamo”, se l’impresa è strategica. Ma questa crisi per certi versi è più facile delle altre, perché non ha una causa economica da cui riprendersi, ma è provocata dalle decisioni giuste dei governi per risolvere il problema sanitario. Arriverà la soluzione, il cigno bianco, il vaccino e l’antivirale, e allora si ripartirà. Si tratta di resistere. Chi ha denaro, ne approfitti. E per gli Stati, non si deve aver paura di spendere perché quando si cresce economicamente allora i debiti diminuiscono».



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